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Gay & Bisex

MONGOLFIERA


di La-mandria
23.08.2026    |    364    |    3 8.3
"Federico leccò via una goccia di condensa dalla guancia di Luigi, assaporando la salsedine della pelle e la purezza di quel momento che volgeva al termine..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

L’alba non arrivò con un’esplosione di luce, ma come un’infiltrata silenziosa, sfilando l’oscurità dai vicoli un poco alla volta e lasciando al suo posto una foschia densa, color cenere e azzurro polvere. Il freddo risaliva dal lastricato umido, insinuandosi nelle caviglie con la caparbietà di un’umidità antica, impregnata di muffa di cantina, pietra calcarea salmastra e la scia dormiente del fiume che scorreva poco distante, placido e scuro come piombo fuso.
Luigi sentiva il rigore dell'aria attraversare le suole consumate dei suoi stivali di cuoio scuro.
Era un freddo viscerale, pungente, che sembrava voler paralizzare i pensieri prima ancora dei muscoli.
Sopra di loro, nell'angusto cortile interno cinto da palazzi di pietra grigia e finestre serrate, il pallone della mongolfiera appariva come una balena spiaggiata, una massa enorme, flaccida e inerte di seta ritorta, resa pesante e opaca dalla guazza della notte.
Gli enormi teli ocra e zaffiro giacevano ripiegati a terra, impregnati d'acqua, e l'odore della canapa bagnata si mescolava a quello acre dell'olio di lino trattato.
Federico era chinato sul bruciatore di ottone e ferro battuto.
Le sue mani, ampie e nude nonostante la temperatura rasentasse lo zero, si muovevano con una lentezza precisa, quasi solenne, frutto di una familiarità intima e antica con la materia.
C’era una grazia profonda, quasi animale, nel modo in cui dosava le valvole d'ottone, la testa inclinata ad ascoltare il minimo sibilo del gas prima ancora di vederlo prendere vita. I tendini dei suoi avambracci si tendevano sotto la manica arrotolata del maglione di lana grezza, e ogni suo gesto emanava una calma concentrata, un dominio assoluto dell'aria e del fuoco.
Quando finalmente scoccò la scintilla, il ruggito della fiamma azzurra e arancione squarciò il silenzio ovattato del mattino con la violenza di un tuono controllato.
La lingua di fuoco ruggì verso il collo di seta, gonfiando la massa con un soffio repentino.
Una vampata di calore violento, quasi feroce, investì le loro facce.
In quel secondo, la pelle di Luigi passò dal torpore gelido al bruciore secco: il contrasto fu così acuto da farlo sussultare e contrarre i muscoli del collo. Ma prima che potesse fare anche solo un passo indietro per ripararsi, la spalla di Federico toccò la sua.
Un contatto solido, pesante, una presenza carnale che non cercava scuse per esistere o per rivendicare il proprio spazio.
"Ancora un po’ di aria calda e ci stacchiamo" disse Federico.
La sua voce non era che un soffio rugoso, schiacciato dal rumore infernale del gas in pressione, ma la sua bocca era così vicina all'orecchio di Luigi che quest'ultimo ne sentì il vapore caldo condensarsi per un istante sul lobo sensibile, prima che l'aria gelida e sottile dell'altitudine lo portasse via.
Il cesto di vimini – un intreccio fitto di rami di salice scuro, rinforzato da legature di cuoio e segnato da anni di sfregamenti contro terra – sussultò.
Non fu una scossa brusca, ma un sollevamento morbido, esitante, un galleggiamento impercettibile come se la terra si stesse lentamente stancando di trattenerli alla sua gravità.
Le corde di canapa tese fino allo spasimo iniziarono a cantare una nota bassa, una vibrazione profonda che dal legno del pavimento risalì lungo le caviglie di Luigi, attraversando i polpacci e fermandosi esattamente al centro del suo petto, dove il cuore batteva a ritmi sfrenati.
I piedi persero il contatto con il suolo.
La sensazione di stacco non fu vertigine, ma una resa dolce e inesorabile.
Il cortile svanì sotto di loro, inghiottito dal buio dei muri di cinta e dai tetti a strapiombo. Improvvisamente si trovarono all'altezza dei primi cornicioni barocchi.
L'aria cambiò all'istante: spazzata via la protezione delle stradine strette, la corrente di quota li investì come un getto d'acqua ghiacciata. Era un'aria pura, sottile, che pungeva i polmoni a ogni inspirazione profonda, portando con sé il profumo acre della legna da ardere che cominciava a uscire dai comignoli ancora scuri e il profumo di pane fresco che saliva dai forni della città.
Federico si spostò dietro di lui.
Non c'era molto spazio nel cesto – un quadrato di un metro e mezzo per lato, cinto da sponde d'intreccio alte fino alla curva dei fianchi. Federico fece scivolare le braccia attorno alla vita di Luigi, non per sorreggerlo o impedire che cadesse, ma per incastrare i due corpi in un unico centro di gravità.
Il petto di Federico, ampio e caldissimo sotto il cappotto di panno pesante, aderì perfettamente alla schiena di Luigi. Attraverso gli strati di lana e stoffa, la pressione era costante, viva, un'ancora carnale mentre tutto il resto attorno a loro perdeva consistenza e peso.
"Guarda" mormorò Federico, indicando verso il basso con il mento appoggiato alla spalla dell'altro.
Sotto di loro, la città si stava srotolando come una distesa interminabile di schiene rosse, dorate e grigie.
I tetti non erano un panorama distante e astratto, ma un paesaggio tattile, quasi sensuale.
Erano così vicini che Luigi avrebbe potuto allungare una mano e toccare le tegole smaltate di verde di un campanile, o sfiorare le altane di legno scuro dove ancora pendevano panni messi ad asciugare la sera prima, ormai rigidamente congelati dal gelo notturno come sculture di gesso.
Volare a quell'altezza era un'esperienza quasi indecente, un voyeurismo elegante e silenzioso. Sfilavano a pochi metri dalle finestre dei piani mansardati: scorgevano il lucore giallo di una candela riaccesa nel buio di una stanza, l'ombra confusa di qualcuno che si alzava faticosamente dal letto, il vapore bianco di una tazza posata su un davanzale di pietra.
Erano intrusi invisibili, sospesi nell'aria fredda, trascinati da una brezza invisibile che muoveva la mongolfiera senza alcun rumore se non il respiro periodico e rovente della fiamma.
Quando il bruciatore taceva, il silenzio che si posava sul cesto era totale, un vuoto acustico così denso da far risaltare ogni minimo dettaglio fisiologico.
Luigi sentiva il proprio cuore battere contro le costole, e subito dietro, in una risonanza spaventosa e bellissima, il battito cadenzato di Federico. Sentiva il fruscio della lana contro la lana a ogni respiro, il crepitio invisibile del legno dell'intreccio che si assestava sotto il loro peso combinato.
Federico affondò il viso tra il collo e la spalla di Luigi, lì dove il bavero del pesante cappotto si apriva leggermente lasciando scoperta una striscia di pelle bianca e sensibile.
I suoi baffi, umidi per la condensa dell'aria fredda, pizzicarono la pelle di Luigi, seguiti immediatamente dal calore denso, carnale e accogliente delle sue labbra. Fu un bacio lento, pressante, dato senza fretta mentre la mongolfiera virava dolcemente sopra un incrocio di vie buie e deserte.
Un brivido violento corse lungo la colonna vertebrale di Luigi, facendogli stringere i denti per la dolcezza. Non sapeva più dove finisse il freddo dell'aria che gli bruciava le guance e dove iniziasse il calore di Federico che gli invadeva la carne. La mano di Federico, coperta da un guanto di pelle sottile e consumata, salì lungo la pancia di Luigi, premendo con forza, tirandolo ancora più indietro, fino a cancellare qualsiasi aria o spazio tra i loro bacini.
"Senti quanto è fredda l'aria qui sopra?" disse Federico, il respiro caldo che si trasformava in una nuvola bianca davanti al viso di Luigi. "Sembra quasi di berla, di farla diventare sangue."
Luigi aprì gli occhi, che gli lacrimavano per il vento e per la purezza assoluta di quel momento. Sotto di loro, un comignolo emanò una colonna di fumo denso e profumato di legna di pino.
La mongolfiera vi passò attraverso: per un attimo furono avvolti da una nebbia calda e aromatica che sapeva di casa, di focolare e di bosco, un'isola di calore effimera prima che il vento di quota li riportasse nel grande oceano limpido e ghiacciato del cielo mattutino.
Luigi piegò la testa all'indietro, cercando la bocca di Federico.
I loro baci a quell'altezza avevano il sapore dell'ossigeno raro, del cuoio delle briglie e del metallo scaldato dal gas. Quando le loro labbra si unirono, il cesto oscillò lievemente, un promemoria costante che erano soli, sospesi sul vuoto, protetti soltanto da una gabbia di salice e dalla volontà ferrea di non lasciarsi mai.
La città sotto di loro continuava a srotolarsi come un mantello infinito di ardesia, terracotta e stucchi scoloriti, ma per Luigi le distanze avevano ormai perso ogni significato geometrico o cartografico. L’unico punto fisso, l’unica coordinata reale in quell’immensità di cielo pallido e sterminato, era la stretta viscerale di Federico.
L’aria a quella quota era diventata radente, quasi solida nella sua trasparenza.
Penetrava attraverso la trama pesante della lana, pungeva le nocche afferrate con forza al bordo di vimini e arrossava gli zigomi con colpi di stilo invisibili, ma quel freddo spietato non faceva che amplificare, per contrasto netto, l’incendio acuto che bruciava nell’ingombro ridotto del cesto.
Federico non mollava la presa. La sua mano destra, sfoderata dal guanto, era scivolata rapida sotto la giacca di Luigi, risalendo lungo la linea delle costole fino a premere con fermezza sul petto.
Il palmo di Federico era caldissimo, ruvido per la manovra dei cavi e il lavoro manuale, un'impronta di fuoco stampata direttamente sulla camicia di lino aderente al corpo. Sotto quel palmo, il cuore di Luigi martellava come un uccello impaurito.
"Rimani così" sussurrò Federico contro la sua tempia, dove la pelle era tesa e pulsava a ritmo serrato. La sua voce era bassa, una frequenza maschia e profonda che vibrava dritta nelle ossa di Luigi prima ancora di svanire nell'aria sconfinata. "Non muoverti. Guarda cosa siamo. Guarda cosa c'è sotto di noi."
Luigi obbedì. Abbottonò lo sguardo all'orizzonte dove il sole stava finalmente bucando le nuvole basse e sfilacciate, scagliando lame di luce dorata e calda sulle guglie affilate delle chiese e sui tetti di rame ossidato. Ma la meraviglia del paesaggio era solo uno sfondo trasparente, un fondale teatrale: ciò che lo trafiggeva da parte a parte era la vertigine fisica di sentirsi desiderato, protetto e completamente scoperto a centinaia di metri da terra.
Il bruciatore ruggì di nuovo con un soffio potente. Una vampata arancione illuminò l'interno della cupola di seta, tingendo la pelle di entrambi di un tono caldo, metallico, quasi rameico.
In quel secondo di luce violenta e accecante, Federico piegò il capo e affondò la bocca nella curva morbida tra il collo e la mascella di Luigi. Fu un morso lento, deliberato, una pressione decisa dei denti e delle labbra che fece sfuggire a Luigi un sospiro acuto, una nota di piacer puro subito inghiottita dal vento di quota.
Il cesto oscillò leggermente, accompagnando il movimento dei loro bacini.
Un movimento oscillatorio, quasi cullante, che fece slittare i loro corpi uno contro l'altro con precisione millimetrica.
Non c'era fretta nella manovra, ma un'urgenza, un bisogno fisico di azzerare ogni millimetro di separazione per sconfiggere il vuoto spaventoso che li circondava.
Essere lì, sospesi tra le tegole ancora gelate e l'infinito del cielo, trasformava il loro amore in una cosa assoluta, sovversiva, quasi violenta nella sua incontaminata purezza.
Luigi fece scivolare le mani all'indietro, oltre i propri fianchi, afferrando i capelli folti e ruvidi di Federico, tirandolo a sé con una disperazione dolce, cercandogli le labbra.
Il bacio che si scambiarono fu profondo, umido, venato dal sapore del freddo esterno e dal calore intimo, quasi febbrile, delle loro bocche.
Le lingue si cercavano con una fame antica, inesausta, mentre le dita forti di Federico affondavano con forza nella carne dei fianchi di Luigi, a voler lasciare un segno indelebile, una marcatura di possesso carnale in un luogo dove non esistevano confini o leggi umane.
"Ti amo da farmi scoppiare i polmoni" mormorò Federico tra un bacio e l'altro, la voce increspata dalla fatica e dal desiderio, il respiro affannato che si fondeva con quello di Luigi in una sola, densa nuvola di vapore bianco.
"Qui sopra siamo solo noi. Nessun altro. Nessun giudizio, nessun rumore."
Sotto di loro, la mongolfiera sorvolò con lentezza maestosa il tetto di un vecchio palazzo nobiliare ormai in rovina.
Poterono vedere nei dettagli le statue di pietra erose dal tempo e dai licheni, i nidi di rondine abbandonati tra i fregi scolpiti, e persino un gatto nero che li osservò passare con occhi dorati prima di filarsela tra le ombre del cortile sottostante. Sembravano sfiorare le cose della terra senza toccarle davvero, una presenza eterea ma carica di una sensualità pesantissima, quasi palpabile.
Luigi chiuse gli occhi per un lungo istante, lasciandosi andare del tutto all'indietro contro il petto solido e rassicurante di Federico.
Sentiva ogni muscolo dell'uomo dietro di lui: la tensione costante delle cosce che mantenevano l'equilibrio contro le oscillazioni del cesto, la solidità granitica delle spalle, il battito cardiaco accelerato che rimbombava nel panno del cappotto come un tamburo di guerra.
L'aria fredda gli frustava il viso e gli asciugava le labbra, ma dentro, nel punto esatto in cui i loro corpi si incastravano senza lasciare spifferi, c'era un nucleo di calore incandescente, una fusione perfetta che trasformava quel viaggio serale in una lunga, infinita carezza impressa sulla pelle grezza del cielo.
Federico fece scivolare una mano verso l'alto, accarezzando la gola di Luigi con la punta delle dita, sentendo la deglutizione faticosa e il ritmo del sangue nelle carotidi.
In quel contatto non c'era solo la passione cieca della carne, ma una devozione profonda, un rispetto quasi sacro per la vulnerabilità dell'altro.
Luigi piegò leggermente la testa di lato, offrendo il collo alle labbra di Federico, lasciando che i baci caldi scendessero fino alla clavicola, dove il tessuto della camicia si era aperto per la concitazione dei loro movimenti. Ogni tocco era una promessa scagliata contro il vento, un patto di ferro firmato nel cielo aperto dove nessuno avrebbe potuto spezzarlo.
Sotto di loro il vento cambiò leggermente direzione, spingendo il pallone verso la periferia, dove la massa compatta delle case si sfilacciava in orti recintati, filari di pioppi spogli e stradine di campagna battute dal gelo.
La sensazione di altitudine divenne improvvisamente più evidente: il terreno non era più un mosaico rigido di pietra, ma un respiro aperto di terra bruna e vegetazione dormiente. Eppure, la distanza dal suolo non incuteva alcun timore; serviva soltanto ad isolarli ancora di più, a fare del cesto di salice l'unico universo abitato, una piccola arca galleggiante guidata unicamente dal fuoco e dal soffio del loro amore.
La luce del mattino aveva ormai invaso ogni angolo del cielo, sciogliendo con i suoi raggi dorati le ultime sacche di nebbia densa incastrate tra i cortili e le chiome degli alberi.
La città, lentamente, andava esaurendosi e svanendo dietro di loro, lasciando il posto al disegno irregolare ed elegante dei campi coltivati, alle macchie scure dei boschi spogli e alla striscia argentea del fiume che snodava la sua corrente lucente verso est, riflettendo la prima vera luce del giorno.
Man mano che l'aria si scaldava sotto i primi raggi reali del sole, la densità del cielo sembrava cambiare, diventando più cedevole, meno ostile. Federico diede un'ultima, breve fiammata al bruciatore. Il ruggito del gas fu quasi un addio malinconico, un ruggito sommesso che lasciò subito il posto a un lungo, ininterrotto scivolare verso il basso.
La mongolfiera iniziò la sua lenta discesa inclinata verso la terra che li reclamava.
Luigi non si era staccato di un centimetro.
Le sue terga aderivano ancora con forza alla parte anteriore delle cosce salde di Federico, e la mano di quest'ultimo era scesa lungo il suo braccio fino a incrociare le dita di Luigi sul bordo di salice del cesto. Le loro mani erano coperte da una patina sottile di condensa e di calore umano, un'impronta indissolubile di sudore e di freddo mescolati insieme dal tempo passato in quota.
"Stiamo scendendo" disse Luigi con un filo di voce, un velo di sottile nostalgia che gli increspò il tono e gli serrò leggermente la gola. Guardava la terra ingrandirsi sotto di loro, avvertendo il ritorno imminente della gravità come un giogo pesante.
"Non cambierà niente" rispose Federico senza esitare, la voce ferma e profonda vicino alla sua guancia.
Gli strinse le dita con una forza quasi dolorosa, finché Luigi non sentì il metallo freddo dell'anello che l'altro portava al medio premere contro le proprie nocche.
"L'aria che abbiamo respirato qui dentro ce la portiamo dietro, Luigi. Nessuno può togliercela."
Il suolo si faceva incontro con una lentezza maestosa e inesorabile. Non era più la distesa confusa e bidimensionale di tetti e comignoli, ma la consistenza ruvida, materica e tridimensionale di un prato di gramigna brinata. Potevano ormai distinguere nitidamente i singoli steli d'erba ricoperti di cristalli di ghiaccio scintillante, la terra bruna smossa dalle talpe nelle ore notturne, il profumo dolce, umido e pungente della campagna aperta che prendeva prepotentemente il posto di quello acre del fumo cittadino e del gas bruciato.
Il cesto toccò terra una prima volta con un urto sordo e improvviso.
L'intreccio di salice scricchiolò vistosamente lungo tutte le sue cuciture, assorbendo l'impatto con la flessibilità straordinaria della sua fibra antica.
Federico serrò le braccia attorno al petto e alla vita di Luigi con un riflesso fulmineo ed esperto, proteggendolo con la massa imponente del proprio corpo, schiacciandolo contro di sé in un ultimo, disperato abbraccio totale prima che la gravità e l'inerzia riprendessero il pieno sopravvento.
Il cesto balzò di mezzo metro nell'aria, strisciò per qualche metro nell'erba alta lasciando un solco scuro nella brina e infine si arrestò del tutto, piegandosi leggermente su un lato nell'odore fresco di terra smossa e vegetazione schiacciata.
Il grande pallone di seta ocra e zaffiro sopra di loro cominciò a sgonfiarsi lentamente, piegandosi su se stesso e adagiandosi sul prato con un lungo, drammatico sospiro di stoffa che perdeva irrevocabilmente la sua forma sferica e il suo volume solenne.
Intorno a loro ritornò il silenzio della terra: un silenzio diverso da quello d'altitudine, fatto del ronzio dei primi insetti che si svegliavano al sole, del cinguettio lontano degli uccelli nei boschetti e del vento della sera che piegava con dolcezza i fili d'erba dorati.
Nessuno dei due si mosse immediatamente dal cesto piegato.
Rimasero intrecciati sul fondo di legno e salice, i cappotti appesantiti dal freddo ma aperti sul davanti, le bocche ancora vicine e i petti affannati che salivano e scendevano all'unisono.
Luigi si voltò del tutto con lentezza tra le braccia forti di Federico, affondando le mani nel suo collo caldo, cercandogli gli occhi scuri e intensi che riflettevano ancora l'immensità sconfinata del cielo da cui erano appena caduti.
In quel bacio finale, dato con la terra solida sotto il legno della struttura e l'aria ancora gelida ma addolcita sulle guance, non c'era la paura strisciante di essere visti, né la fretta ansiosa del ritorno alla vita quotidiana. C'era solo ed esclusivamente la certezza indelebile di aver toccato insieme una vetta segreta e inaccessibile al resto del mondo, dove il freddo siderale dell'universo si era piegato e arreso alla sola forza incontrollabile del loro incendio interiore.
Federico leccò via una goccia di condensa dalla guancia di Luigi, assaporando la salsedine della pelle e la purezza di quel momento che volgeva al termine.
"Siamo tornati" mormorò con un sorriso stanco ma infinitamente dolce, le labbra che sfioravano quelle dell'altro a ogni parola.
"Siamo sempre lassù" rispose Luigi chiudendo gli occhi e stringendosi ancora più forte al petto dell'uomo che amava.
Il pallone di seta sopra di loro giaceva ormai piatto sull'erba brinata, ma dentro di loro la sensazione di galleggiare nel vuoto, protetti solo dal reciproco calore, non si sarebbe spenta mai più.

Vacca 24
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